
Dal Monviso al Nevoso, dal Gottardo al Cimone.
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Nazione Lombarda - I lombardisti | Powered by cyberware-industries

Nell’ultimo periodo sia a causa della morte di Umberto Bossi, che della recente manifestazione della Lega a Milano, si è tornati a parlare in massa del “secessionismo padano”, con tanto di vari sbeffeggiamenti da parte dei libtards-woke di solito “meridionalisti” che si sono dati alla derisione spocchiosa pur di non ammettere che negli anni ’90 essi abbiano avuto paura che uno dei loro incubi peggiori, ossia l’autodeterminazione dei popoli cisalpini, sarebbe potuto diventare realtà. Il che tra l’altro non corrisponde alla nostra opinione dal momento che riteniamo che pure la Lega nella sua fase “secessionista” assieme alla sua propaganda fosse stata piena di imperfezioni, tuttavia riteniamo ridicoli ed allo stesso tempo ripugnanti gli argomenti che usano i detrattori dell’identitarismo padano-alpino, per sminuire qualsiasi legittimità riguardante la cosiddetta questione settentrionale. Primo tra tutti è l’argomento secondo il quale il “padanismo” sarebbe a prescindere un qualcosa legato esclusivamente a problematiche di tipo economico (anche se ammettiamo che se esiste tale opinione la colpa sia in parte pure di alcuni leghisti), come se qualsiasi rivendicazione identitaria sarebbe in ogni caso sbagliata, cattiva, infondata o ridicola. E per sostenere tale tesi, cosa che per ovvi motivi non fanno solamente i sinistroidi “woke”, ma anche i fascistoidi italianisti, viene tirata fuori, talvolta pure in ambito accademico, l’opinione secondo la quale il “secessionismo padano” non avrebbe senso dal momento che a differenza della Jugoslavia, la Repubblica Italiana, magari salvo la Sardegna e qualche piccola realtà di confine, a dispetto del divario socio-economico “interno”, sarebbe una realtà etno-culturalmente omogenea, al punto che i lombardi e i siciliani, sarebbero lo stesso identico gruppo etnico. Non come i serbi e i croati, che stando a sentire i tali sarebbero diversi gli uni dagli altri quasi quanto lo sarebbero gli eschimesi e gli aborigeni australiani. Tale paragone viene fatto sovente dal momento che la Jugoslavia avesse in comune con la Repubblica Italiana non solo la vicinanza geografica, ma pure una situazione interna consistente nell’esistenza di realtà più ricche e sviluppate tendenti all’Europa Centrale che si facevano/fanno carico delle regioni più povere e storicamente maggiormente influenzate da realtà extraeuropee.
Tuttavia, siamo davvero sicuri che la Jugoslavia fosse davvero molto più multietnica rispetto alla retorica unica famiglia dalle Alpi alla Sicilia? Certo, la Jugoslavia si trova nei Balcani, un’area che nel corso della storia è stata davvero più tormentata, quasi sempre situata a cavallo tra la civiltà slavo-bizantina e quella romano-germanica, con tanto di interferenze islamiche lasciate dagli ottomani, mentre invece l’Italia da questo punto di vista, come anche il resto dell’Europa occidentale è sempre stata in un contesto più stabile. Tuttavia questo non è tanto sintomo di una maggiore diversità etno-linguistica, ma più della presenza di interessi geopolitici diversi che si sono sempre contesi un determinato territorio, nello specifico i Balcani. Ricordiamo però che la Jugoslavia non rappresenta tutti i Balcani, e il paragone che stiamo facendo è proprio tra la ex Jugoslavia stessa e la Repubblica Italiana.
Se è dunque oggettivamente vero che nella ex Jugoslavia abbiamo una maggiore eterogeneità religiosa che si esprime anche in diversi orientamenti geopolitici e di civilizzazione (gli ortodossi serbi hanno sempre guardato alla Russia, i cattolici croati e sloveni alla Germania, all’Austria e al Vaticano, i bosgnacchi ai turco-ottomani), da un punto di vista etno-linguistico, i serbi, i croati, i bosgnacchi e anche i montenegrini, rappresentano poco più che delle varietà della stessa realtà, divisa dalla storia e da fattori più esterni che interni. Questo tralasciando gli sloveni che a momenti possono essere definiti quasi come slavi mitteleuropei, i macedoni slavofoni che sono etnicamente bulgari, e i kosovari albanesi, che forse sono l’unica realtà consistente, veramente a sè stante in tutto e per tutto. Infatti per chiunque abbia le minime nozioni di linguistica, non è un mistero che nella maggior parte del territorio della ex Jugoslavia, la lingua locale è il cosiddetto serbo-croato, le cui differenze interne principali stanno nell’alfabeto. I serbi e i montenegrini usano sia l’alfabeto cirillico che quello latino, mentre i croati e i musulmani di Bosnia soltanto quello latino (quest’ultimi quello arabo durante la dominazione ottomana!). A volte la lingua in questione, a seconda del contesto viene definita semplicemente come “serba”,“croata” o “bosniaca” ma si capisce bene che la distinzione sia più di carattere politico che prettamente scientifico-linguistica. E anche da un punto di vista genetico, i serbi e i croati, sebbene non esattamente uguali (i croati hanno una componente slava e mitteleuropea lievemente maggiore), presentano un’eterogeneità nettamente minore di quella che vediamo tra un trentino ed un calabrese, con i bosgnacchi che nonostante la religione islamica si dimostrano parte integrante dello stesso continuum.
Con questo non vogliamo dire che per esempio i croati, che hanno avuto un proprio regno già durante l’Alto Medioevo, non abbiano diritto ad essere una Nazione a sè, tuttavia vorremmo ricordare che pure l’Italia è stata politicamente divisa per 1300 anni, e che già durante l’epoca preromana presentava una certa eterogeneità che ricordava già allora quella odierna. E parlando proprio dell’Italia cosa abbiamo invece? Abbiamo una realtà geografica che pur essendo sempre stata parte dell’Europa romano-germanica (con riserve per quel che riguarda l’Italia meridionale che in tempi remoti subì influenze greco-bizantine ed arabo-islamiche), non solo è stata politicamente divisa fino a 150 anni fa, per oltre un millennio, ma che soprattutto prima delle migrazioni “interne” del secolo scorso, presentava un’eterogeneità etno-linguistica che letteralmente non ha eguali in Europa tra i cosiddetti stati “nazionali”. Fatto confermato pure dal genetista Cavalli-Sforza che affermava che tra la Cisalpina e il Sud Italia via siano differenze paragonabili a quelle che possiamo trovare tra uno spagnolo ed un danese.
Se invece pensate che il sangue sia soltanto una molecola (spoiler: non lo è), allora passiamo alla linguistica. In Italia passa la linea Massa-Senigallia, o volgarmente detta linea La Spezia-Rimini, che rappresenta il più grande discrimine linguistico all’interno del mondo romanzo dell’Europa occidentale. Se a nord di tale linea abbiamo il gallo-italico, il veneto (considerati dialetti dell’italiano esclusivamente per motivi politici e sociali) e il cosiddetto retoromanzo, che non è altro che un fossile arcaico del gallo-italico stesso; a sud abbiamo gli idiomi italo-romanzi veri e propri, incluso l’italiano. Idiomi italo-romanzi, privi di substrato celtico o celto-germanico che invece sono presenti nel lombardo, nell’occitano, nel francese, nel catalano e nel castigliano.
Difatti, prima che la televisione italiana fece ciò che non riuscirono nemmeno Mussolini o Garibaldi, un contadino bergamasco ed un pescatore siculo, nemmeno erano in grado di capirsi, problema che invece non hanno mai avuto un serbo ed un croato, nonostante il fatto che usassero alfabeti diversi e malgrado il fatto che spesso si odiassero a causa di scelte geopolitiche differenti intraprese dai rispettivi governanti. Oltre a questo pensiamo alla falsità e all’ipocrisia della linguistica e dell’etnologia ufficiale italiana, che è testimoniata dal fatto che essa consideri i ladini e i friulani minoranze etniche, mentre invece i lombardi e i veneti dei semplici “italiani del nord” che avrebbero più a che fare con i calabresi che con i propri fratelli e vicini reto-romanzi (termine recente e relativamente con poco senso dal momento che nel friulano e nel ladino, così come nel lombardo, il substrato sia più celtico che retico).
Appare evidente quindi che se le regioni come il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia-Giulia, godono di uno statuto speciale all’interno della Repubblica Italiana, lo dobbiamo non certo ai ladini e ai friulani, ma alla presenza nei suddetti territori di minoranze germanofone e slave, che sono state anche un motivo di tensione diplomatica che ha avuto l’Italia con l’Austria e la Jugoslavia, dopo il 1945. Una situazione simile l’abbiamo in Valle d’Aosta, che non è altro che una fetta del Piemonte, che per un periodo fu oggetto di contesa con la Francia, la quale a sua volta si dimostrò ben più brava nel salire sul carro dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale, e in Sicilia, dove ad un certo punto gli indipendentisti locali diventarono molto influenti, non senza il supporto delle varie mafie siciliane aventi le proprie basi negli Stati Uniti d’America. L’unica eccezione in tal senso è rappresentata dalla Sardegna.
In conclusione quindi che possiamo dire? Che se oggi l’Italia è unita e la ex Jugoslavia divisa, lo dobbiamo in primo luogo non alle differenze etniche che tra gli slavi meridionali sarebbero evidenti, mentre nel cosiddetto Belpaese inesistenti o quasi. Ma nel fatto che quelle realtà che decisero di secedere dalla Jugoslavia riuscirono a trovare dei concreti appoggi geopolitici, mentre invece quelle che ad un certo punto volevano non per forza la secessione ma anche solo un maggiore decentramento dello stato italiano, no. E se pensiamo al fatto che la Repubblica Italiana, dal suo principio sia stata parte del blocco geopolitico occidentale, mentre invece la Jugoslavia no, il quadro si fa ancora più chiaro. A questo punto uno potrebbe dire che ormai questi dettagli non avrebbero importanza dal momento che l’unico popolo italiano sarebbe ormai fatto. Peccato però che ogni cosa andrebbe giudicata innanzitutto dai propri frutti, e se facciamo un paragone tra ciò che rappresenta l’Italia oggi, e ciò che essa abbia rappresentato per il mondo quando era politicamente divisa, è innegabile che il paragone non vada tanto a vantaggio della Repubblica Partigiana nata il 2 giugno. Quindi anche le cosiddette “bugie a fin di bene”, prima o poi presentano il conto.


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