Una delle critiche più ricorrenti che ci vengono rivolte come lombardisti riguarda la nostra presunta intenzione di “espandere” la Lombardia a scapito delle altre regioni settentrionali, cancellandone le specificità locali per omologarle al modello della Milano odierna. Nulla di più falso rispetto a ciò in cui crediamo realmente. Tali accuse, fondamentalmente, nascono in parte dall’ignoranza e in parte dalla malafede di certe persone. Se da un lato comprendiamo che la nostra concezione di lombardità sia in un certo senso “rivoluzionaria” e quindi non immediatamente condivisibile, dall’altro non intendiamo restare passivi di fronte a chi ci accusa di disinformazione o impreparazione, quando è vero esattamente il contrario.
La nostra idea di Lombardia – che chiamiamo anche Grande Lombardia per distinguerla dall’attuale regione amministrativa – si estende su tutto il volgarmente detto “Nord Italia”, oltre ad alcuni territori limitrofi. In pratica, essa corrisponde all’area geografica in cui si sono sviluppate nei secoli le culture gallo-romanze cisalpine, oggi suddivise in tre grandi tronconi: quello “gallo-italico” occidentale, quello veneto (nonostante lo status ambiguo della sua lingua) e quello “reto-romanzo” orientale – utilizziamo le virgolette perché tale nomenclatura, pur diffusa da tempo in ambito accademico, è oggi considerata non del tutto precisa. Questo areale etno-culturale coincide grosso modo con la sovrapposizione tra la Gallia Cisalpina romanizzata e la Longobardia Maior. Preciso che non abbiamo inventato noi questa definizione di Lombardia: essa è stata utilizzata per secoli in passato, in modo più o meno esteso. Ancora nell’Ottocento, ad esempio, il termine “Lombardia” compariva frequentemente nelle carte geografiche per indicare l’intero “Nord Italia”.
È quindi evidente che la nostra accezione di Lombardia non si limita alla mera Regione Lombardia, ma include naturalmente tutto il settentrione della RI. Proprio qui risiede la differenza sostanziale tra l’“espansionismo lombardo” che ci viene attribuito e la nostra visione. Noi intendiamo riscoprire le radici comuni di tutti i popoli padani, uniti da elementi etnici e culturali profondi. Vogliamo recuperare la nostra identità comune, così da costruire una comunità nazionale conscia e orgogliosa di sé stessa. Per questo motivo il nostro movimento è aperto a tutti i padani, non soltanto ai residenti nell’attuale Regione Lombardia. Purtroppo, la Grande Lombardia è stata troppe volte lacerata da divisioni politiche interne, che le hanno impedito di raggiungere quell’unità necessaria a conquistare l’indipendenza che merita. I nostri antenati furono più volte vicini a edificare uno Stato indipendente padano– si pensi alla Lega Lombarda o al Ducato Visconteo – ma per varie ragioni ciò poi non si è realizzato.
Queste antiche divisioni si ripropongono oggi sotto forma di ridicoli regionalismi e campanilismi, che si alimentano di antiche rivalità politiche o di differenze linguistiche e culturali superficiali. Chi ragiona in questi termini manca di una visione d’insieme e non coglie quanto i popoli alpino-padani siano in realtà affratellati, formando un’entità etno-culturale ben definita e distinta dalle popolazioni vicine. Di fatto, questi atteggiamenti non fanno altro che favorire l’occupazione italiana della Lombardia, secondo il principio del divide et impera. Invece di accusare noi lombardisti di “espansionismo”, certi soggetti farebbero meglio a preoccuparsi delle condizioni attuali di degrado culturale, etnico e sociale della Grande Lombardia dopo centocinquant’anni di unità d’Italia.
L’unico modo per valorizzare davvero tutte le espressioni etniche della Padania è integrarle all’interno di un’unica realtà nazionale, nella quale le specificità locali vengano preservate e al tempo stesso elevate da un forte collante identitario comune. Per questo motivo noi lombardisti, per esempio, proponiamo una politica linguistica chiara: adozione del milanese classico come lingua nazionale, grazie alla sua centralità storico-geografica e al suo prestigio letterario, affiancato a livello cantonale (simil-provinciale) dai rispettivi dialetti o lingue locali (il toscano, ovvero l’italiano, verrebbe progressivamente abbandonato, mantenendo solo il suo studio in ambito letterario).
Fratelli lombardi, andiamo oltre agli sterili regionalismi che ci tengono ancorati al passato. Abbandoniamo i nostalgismi per entità statuali scomparse ormai da secoli. Ciò che conta alla fine non sono le istituzioni politiche o la burocrazia, bensì il nostro sangue, la nostra terra e la nostra cultura. E, dall’altra parte, liberiamoci del peso morto rappresentato dall’Italia e dal nazionalismo italiano, che per noi Lombardi ha portato solo danni e spoliazioni. Costruiamo insieme una comunità di popolo unita e forte, consapevole delle proprie origini e libera di guardare al futuro con determinazione.
Lascia un commento