In questi giorni di grande disperazione per i patrioti italiani, dovuta alla mancata qualificazione ai Mondiali della statale di calcio per la terza volta di fila, vorrei mettere in risalto lo stato di decadenza del sentimento identitario italiano oggigiorno. Come già sappiamo, l’identità nazionale italiana, fin dal Risorgimento, si basa su pilastri ben poco stabili, frutto di retorica nazionalista spicciola che ha dovuto in qualche modo creare un collante tra popolazioni profondamente eterogenee. Questi “pilastri”, a ben vedere, si possono contare sulle dita di una mano: il toscano come lingua tetto (diffusosi tra la popolazione per lo più negli ultimi 70 anni) e la sua cultura letteraria; una non ben definita “romanità”, che in realtà accomuna mezza Europa; il cattolicesimo, anch’esso non esclusivo all’Italia; Risorgimento e Prima guerra mondiale, fenomeni molto più complessi di come spesso vengono raccontati e gestiti da minoranze sulla pelle della maggioranza della popolazione. Quasi tutti gli altri aspetti che solitamente vengono ricordati (dal cibo alla geografia, dall’arte alle istituzioni locali, dalla struttura sociale alla mentalità) sono in realtà molto diversificati in tutto il territorio dello stato italiano e spesso dividono più di quanto uniscano.
Questa situazione rende il sentimento nazionale italiano molto indefinito e spesso la singola persona tende a far combaciare l’italianità con la propria particolare identità regionale o provinciale. Ciò porta alla situazione per la quale esistano contemporaneamente molte italianità diverse che coesistono sotto un’unica entità statale. Basterebbe chiedere ad un veronese e ad un barese quali sono gli aspetti identitari che secondo loro compongono la propria idea di italianità e si avranno risposte molto diverse. La verità è che oggi gli unici momenti di unità nazionale veramente sentiti dalla persona comune sono gli eventi sportivi. Un’ora o due di intrattenimento televisivo coronati eventualmente dal Canto degli Italiani. Per questa ragione molta gente si dispera particolarmente dell’esclusione dai Mondiali dell’Italia, perché sa che queste competizioni sono in realtà l’unico vero momento in cui si sente italiana. E ciò che è più ridicolo non è il fatto che spesso sotto la bandiera italiana gareggiano sportivi che di “italiano” hanno ben poco, ma il fatto che è un qualcosa di totalmente passivo, completamente integrato nella società dei consumi occidentale. Ridicola, inoltre, è la gestione del mondo calcistico da parte dei nostri governanti, i quali, pur conoscendo l’importanza che esso riveste per la popolazione, hanno lasciato che venisse distrutto dagli interessi di pescicani che, invece di investire sulla gioventù nostrana, preferiscono riempire le nostre squadre di stranieri.
Con questo articolo non voglio negare il contributo che lo sport dà al sentimento comunitario e identitario di una nazione. Anzi, noi lombardisti riteniamo che sullo sport lo stato debba investire molto, sia per rafforzare la salute e il carattere del cittadino, sia per la promozione di un giusto orgoglio patriottico. Tuttavia, una nazione non può basarsi quasi esclusivamente su qualche evento sportivo. Una nazione deve avere delle fondamenta solide, che noi riconosciamo nel trinomio sangue-suolo-spirito. In quanto etnonazionalisti lombardi, possiamo riconoscerci solamente nella Grande Lombardia, una vera nazione (seppur dormiente) con radici forti e autentiche, a differenza dell’Italia “dalle Alpi alla Sicilia”. Sportivamente, ci sentiremo realmente rappresentati quando i nostri atleti gareggeranno sotto il bianco-rosso delle croci lombarde.
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