Quest’anno, nel 2026, quasi alla vigilia dell’equinozio di primavera, con la dipartita di Umberto Bossi, fondatore e leader storico della Lega Nord, abbiamo visto simbolicamente la fine di un’era. Era, segnata dalla nascita della Lega Nord negli anni ’80, a cui seguì il suo picco di popolarità negli anni ’90, per poi vedere una graduale ma inesorabile involuzione a partire dagli anni 2000, culminando nella cialtronesca svolta italianista di Salvini. La figura di Bossi senza dubbio è stata una figura complessa, a suo modo controversa (così come potrebbe sembrare controverso il fatto che l’involuzione della Lega Nord, divenne palese dopo la malattia di Bossi stesso), con luci ed ombre, tuttavia non possiamo certo negare che sia stato un lombardo carismatico che ebbe il merito di aver portato in primo piano, nel dibattito pubblico le problematiche dei cisalpini, divenendo così a suo modo un simbolo degli alpino-padani autoctoni che fanno valere la propria voce e i propri interessi contro la prepotenza del centralismo italo-romano. Ci basti pensare a tutti i vergognosi commenti apparsi in questi giorni sui social, da parte dei nazionalisti italiani e dei “sinistroidi” (entrambi di solito accomunati dalle origini italiche peninsulari), che gioiscono per la morte di Bossi, non certo perchè il Senator non andò fino in fondo nelle sue rivendicazioni.
Che piaccia o no, a suo tempo Umberto Bossi si dimostrò un visionario nel denunciare non solo lo sfruttamento economico della “Padania” da parte dello stato italiano, ma anche mettendo in luce la meridionalizzazione culturale e demografica della Cisalpina, lo sfruttamento di massa dell’immigrazione extraeuropea a vantaggio del grande capitale, dei partiti di sinistra e del Vaticano, così come tutti i pericoli sociali che una società senza collante etno-culturale comporta. E’ stato in gran parte grazie a lui, che i lombardi, i veneti, i liguri, i friulani, ecc. per la prima volta si sono sentiti qualcosa di più che dei semplici italiani del Nord, cosa che prima, a partire dal 1861, quasi nessuno ebbe il senso critico di mettere in dubbio. Purtroppo però la questione identitaria non venne sviluppata come si deve, preferendo concentrare tutto su problematiche fiscali (che sono soltanto la punta dell’iceberg) e decidendo poi di diventare parte del sistema Italia con tutto ciò che ne consegue, inclusi i coinvolgimenti presunti o tali in vari scandali. Ed è stata proprio questa la fonte della rovina della Lega e della sua graduale trasformazione in una copia un’pò più “localista” di Fratelli d’Italia. Perchè è inutile cercare di “fare la Padania” se prima non si pensa a “fare i padani”, considerando anche la progressiva marginalizzazione di soggetti validi come Gilberto Oneto che cercò di portare in primo piano proprio la questione dell’identità.
In modo analogo allo stesso Gilberto Oneto o a Gianfranco Miglio, il Senator va senza dubbio ricordato per aver posto le basi della cosiddetta “questione settentrionale” (termine che riteniamo orribile perchè non ci identifichiamo in qualità di Nord di alcunchè), tuttavia tutti e tre hanno ormai fatto il suo tempo, il che non vuol dire che la lotta per l’autodeterminazione della Cisalpina/Grande Lombardia, vada abbandonata, ma tenuta accesa come una fiamma facendo tesoro dell’esperienza del passato. Anche se la questione del residuo fiscale continua ad avere la sua improtanza, la nostra causa non va più vista come un qualcosa legato esclusivamente ad un secessionismo dei “polentoni ricchi ed egoisti” (anche perchè pure da noi, il benessere economico sta diventando ormai sempre più un ricordo), ma come rinascita identitaria di un popolo sempre più ridotto ai minimi termini sulla propria terra, sotto il segno dell’econazionalismo e dell’etnonazionalismo alpino-padano.
Lascia un commento