Nelle ultime settimane, poco dopo la dipartita di Umberto Bossi, nel dibattito pubblico italiano si è brevemente tornati a parlare della cosiddetta questione settentrionale, rigurdante l’autodeterminazione dei popoli alpino-padani e la veridicità del concetto di “Padania”, per poi sentire la proposta di Salvini, riguardante il riconoscimento dei romeni come minoranza etnica della Repubblica Italiana. Anche se trattandosi di Salvini la cosa non ci sorprende, riteniamo che questa sua proposta sia letteralmente un’offesa nei confronti degli ideali per cui la Lega Nord nacque e soprattutto nei confronti degli ex militanti leghisti che credevano genuinamente negli ideali di autodeterminazione dei popoli cisalpini. Questo non tanto perchè ce l’abbiamo coi romeni ma perchè dopo anni ed anni in cui la Lega ormai ex Nord, rappresenta uno dei principali partiti mainstream della destra italiana, non è stata portata a termine non solo la “secessione” ma nemmeno una federalizzazione dello stato italiano inclusa l’autonomia della Lombardia e del Veneto sebbene ormai siano passati quasi 10 anni da un certo referendum.
Eppure per fare gli interessi dei cisalpini, si potrebbe benissimo iniziare da un passo che nei fatti è tutt’altro che utopico. Stiamo parlando della possibilità di riconoscere i veneti e i lombardi autoctoni come minoranza etno-linguistica della Repubblica Italiana, al pari dei ladini e dei friulani che a differenza dei romani, dei napoletani e dei siciliani sono davvero nostri fratelli. Da un punto di vista tecnico siamo perfettamente consapevoli del fatto che per fare ciò bisognerebbe far diventare la Regione Lombardia e la Regione Veneto, delle regioni a Statuto Speciale, e dunque modificare l’intoccabile “Costituzione più bella del mondo”, o almeno approvare anche nei fatti l’esito del famigerato referendum dell’ottobre del 2017. Tuttavia non è necessaria l’approvazione del governo centrale per portare avanti una battaglia culturale il cui obbiettivo sia quello di far capire ai lombardi autoctoni di non essere dei semplici italiani del Nord, ma di rappresentare un gruppo etno-linguistico a sè stante, per quanto diventato ormai minoranza in diverse zone della propria terra natia.
Ovviamente però si tratta di una mossa da cui la Lega si guarda bene dall’intraprendere, per il fatto che nella sua fase “secessionista” la sua dirigenza, nonostante delle parentesi positive rappresentate da Gilberto Oneto, abbia preferito fare leva solo sulla questione fiscale, commettendo così l’errore di voler fare la Padania prima di fare i padani. Nella sua fase successiva invece, la Lega, piuttosto che limitarsi a restare un movimento politico legato al proprio territorio decise di optare per la svolta italianista, palesemente per motivi di convenienza, dal momento che nella Repubblica Italiana, le persone originarie del Meridione italiano rappresentino ormai la maggioranza della popolazione, sebbene pure loro adesso stanno venendo sostituiti gradualmente dagli extraeuropei. Volenti o nolenti quindi sia nell’ambito della Repubblica Italiana nel suo insieme, che in diverse zone della nostra terra siamo già una minoranza. Una minoranza autoctona la cui esistenza però viene negata e che dunque nei fatti non ha alcun diritto, se non quello di lavorare per mantenere lo stato italiano e le sue truppe cammellate.
Anche per questo che adesso come adesso, noi di “Nazione Lombarda” riteniamo che la priorità vada data alla diffusione di un “padanismo” culturale, senza il quale i lombardi non possono avere la consapevolezza di essere un popolo degno di autogovernarsi e di decidere il proprio destino facendo a meno di rendere conto a Roma o Bruxelles. Questo non per negare l’ovvia importanza della questione economica, ma per rimarcare il fatto che puoi essere economicamente produttivo quanto vuoi, ma se non sei te ad avere in mano la politica e la cultura, non conterai comunque nulla. Come dimostra la storia, alla lunga i legami affettivi e l’impostazione culturale prevalgono sempre sui sentimenti pecuniari. Per questo che riteniamo inutile il limitarci a parlare solo del residuo fiscale trascurando la nostra storia, la nostra cultura e le nostre radici, come se al massimo rappresentassero un qualcosa di secondaria importanza.
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